Il richiamo è forte; anche se qualche chilometro ci separa, è dal primo giorno che il mio sguardo devia verso nord ovest, costantemente, alla ricerca di quella figura conica che interrompe la linea continua che il mar Tirreno disegna all’orizzonte.

Lo Stromboli, detto ancora oggi, il faro del Mediterraneo. Questo appellativo la dice lunga sulla sua vigorosa, longeva, vita vulcanica degli ultimi millenni. Conosciuto fin dai tempi dei greci, è da sempre stato scenario di leggende epiche o battaglie fra diavolo e santi per la mitologia antica.

Noi siciliani, sopratutto quelli dell’entroterra messinese/catanese, abbiamo un concetto di vulcano molto all’americana maniera: abituati fin da piccoli a vedere quest’enorme massa, che è l’Etna, lo Stromboli ci sembra un “giochetto buttato là…”

Eppure, anche qua, chiamano questo cratere con l’appellativo “Iddu”, tradotto, “Lui”; in segno di profondo rispetto, naturalmente, come se riaffiorasse alla memoria, quella natura divina incontrollabile che caratterizzava gli antichi.

E’ un vulcano-strato, la cui vetta più alta (Vancori) raggiunge quasi 1000 metri di quota; tuttavia quello che noi possiamo vedere è solo la parte emersa di un imponente edificio vulcanico, la cui base si trova a circa 2000 metri di profondità.

Stomboli e lo scoglio di Basiluzzo inquadrati dal porticciolo di Panarea 

Dunque, partenza in barca da Lipari, sosta pranzo a Panarea, e direzione Stromboli con attracco verso le 16.00.

Questa è l’isola costantemente “accesa” dell’arcipelago delle Eolie, quindi, perchè scalarla sotto i riflettori del torrido sole siciliano? Ovvio, meglio cominciare la salita, comodamente, nelle 18.

Gruppo composto da:

  1. una decina di franco-italici in rigorosa esplorazione dell’isola sicula muniti di sandali (aperti) e zainetto stile indiana jones.
  2. coppia di italici inseparabili (fisicamente) dal momento del loro fidanzamento
  3. sei anzianotti della gita domenicale, modello “visita del papa a Roma”
  4. quattro inglesi sotto i vent’anni (indecifrabili)
  5. due bergamasche, di cui una di chiare origini sud-siciliane
  6. Io, Ariel e Stefania (che ricorda bene quanto sono puntiglioso e rompipalle sulle “camminate alpinistiche”)
  7. due guide alpine, di cui uno proveniente da Cles (Trentino) e l’altro di “Carrapipi” (Valguarnera Caropepe, Enna).

… è facile intuire chi di loro abbandonerà la compagnia molto prima di raggiugere la vetta vulcanica, e, dopo saggio briefing delle guide, dove veniva spiegato chiaramente che chi molla in salita torna per i propri mezzi, qualcuno rifiutava in partenza la dotazione fornita (caschetto, pila frontale e scarponi) per saggiare, piuttosto, la sabbia stromboliana a discapito della vetta vulcanica.

Ora; per me che sono una guida, la salita appariva chiara fin dal momento, che, sul cartografico, qualche mese prima, avevo battezzato lo Stromboli come meta, ma per qualcun’altro, forse, non risultava essere poi così evidente.

Prima, quando parlavo di salita alpinistica, non scherzavo affatto! Se la prima parte di salita potrebbe risultare indigesta a molti, per via delle pendenze da subito elevate, il secondo tratto è sicuramente adatto a pochi allenati. Si parla di 867 metri di dislivello positivo da coprire in poco meno di 4,5 km, che, tradotto, vuole dire, una pendenza media del  19.3 %. Nell’ultimo chilometrino, si sale abbondantemente intorno al 30% di pendenza, tutto fatto nel mezzo delle pietraie vulcaniche.

Tratto finale della salita allo Stromboli

Ovvio, la salita è solo la metà del percorso, poi inizia la discesa, al buio (almeno non ti rendi conto della pendenza) e mentre affondi, a mezza scarpa, nelle le sabbie vulcaniche. Detto ciò, vi garantisco, che il percorso è ampiamente premiato dallo spettacolo offerto dalle bocche sommitali.

“Iddu”, ha un respiro unico; capisci subito che sei su di una montagna viva. Sono salito svariate volte su di un vulcano, fino ai bordi di un cratere, ma questo “giochetto buttato là…” è diverso!

A questo punto, diventerebbe superfluo descrivere immagini ed emozioni provate sul bordo di quel cratere. Si ritorna allo stato primordiale, confinati in un limbo fra l’incredulità e la paura inconscia che ognuno tiene repressa dentro.

… e Ariel? Beh, lei è con me; fedele nel tragitto, scalpitava dietro ai turisti in panne, vigorosa nel pieno dei suoi 6 mesi di vita. Ad ogni sbuffo di lava, lei abbaiava a tutti, diffidandoli dallo sporgersi troppo.

Rifocillati a dovere, dopo un’oretta trascorsa sulla cima, decidiamo di intraprendere la strada del ritorno. Torcia frontale accesa e passo sicuro, si scende per le successive due orette e mezza abbondanti.

Il buio della notte, viene interrotto solo dal brusio delle chiacchiere entusiaste del nostro gruppo e dal continuo fluttuare dei fasci luminosi delle torce. Ariel, ed io, siamo i chiudi fila, così abbiamo pattuito con le due guide, vista la discreta vena artistica del gruppo notata alla partenza.

S’affonda nella sabbia nera fino a mezza scarpa, e lei, Ariel, saltella qua e la rincorrendo piccoli detriti che ruzzolano più veloci di noi. Sono passate le 23 da poco e lei è in moto da stamane alle 7, sarà…

Giunti al porticciolo, non prima d’esserci fermati decine di volte per cavare i sassi dai piedi ai portatori di sandali, la barca è già lì che ci aspetta. Naturalmente fuori è fresco, e, due orette di navigazione fino a Lipari con il vento in faccia non le vuole nessuno: nessuno?

No, qualcuno c’è! Mi sistemo con Ariel tra le gambe a prua.

Mi ritorna in mente, quando da ragazzino mio zio mi portava a pescare. Alle 4 si salpava e la frizzantezza dell’aria sulle guance mi risvegliava in pochissimi minuti; mentre arrossivano, ricordo che liberavo la mente fantasticando storie di mare.

Ecco, ho due ore di tempo per sognare, prima che la terra ferma mi riporti alla dimensione normale.

clicca qui per vedere la webcam del cratere dello Stromboli.

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