Non sono mai salito sopra un pendolino, perché nel tempo rimasto in servizio e della mia adolescenza, non ha mai fatto rotta fino al profondo sud Italia. Viaggiavo su treni dai nomi altisonanti, come: l’espresso della laguna, il rapido freccia del Sud, e così via… Di veloce o rapido non c’era niente. Una tratta come Bologna – Taormina poteva durare dalle 18 alle 24 o 25 ore. Ovvio, ammesso non si guastasse il locomotore. Accadde una notte all’altezza di Chiusi-Chianciano terme, rimanemmo lì per tutta la notte, fermi sul binario ad un paio di chilometri dalla stazione fino a che all’alba vennero a recuperarci con un treno regionale e ci portarono sulla banchina della stazione dove, dopo qualche ora, comparì un altro treno che ci recuperò, portandoci a Roma Tiburtina e poi giù fino al Sud. Ricordo una trentina di ore in viaggio o giù di lì.

Stanotte viaggerò nuovamente su uno di quei treni. Non si chiama più rapido o freccia, ma Intercity notte. Decisamente un nome più elegante e comodo, addirittura con licenza di ritardo sulla tabella di marcia da Napoli in giù. Prendo spesso l’Italo nelle trasferte verso sud per accompagnare gruppi nei cammini, ma stasera il viaggio sarà differente e non ho “fretta” di raggiungere la destinazione perché nessun gruppo o escursionista mi attende…

Non scrivo su carta da una quindicina di giorni ma ho tutto in testa. Già; scrivo ancora a penna su carta nell’epoca dei tablet.

Le Isole sono così! Ti rapiscono, fino a che tu stesso le desideri ed infine, ti lasciano partire con l’amaro in bocca. Ti riempiono di gioia, di energia nuova, e la mente registra una serie infinita di cortometraggi con la scenografia che qualsiasi regista vorrebbe imprimere in un film che racconta di semplicità e bellezza. L’ultima notte che ho passato a Lipari, tutto è filato liscio: alle 4 e 30 la sveglia con in sottofondo il mare, la passeggiata da Canneto fino al porto di Lipari con la valigia, alle 6 e 10 l’aliscafo per Messina, alle 8 e 30 la nave per Villa San Giovanni, ed infine, alle 9 e 17 Italo che mi riporterà a Firenze.

Ricordo che all’altezza di Lamezia Terme il mare sembrava ancora una tavola liscia, frutto della “jancura” (alta pressione) che da giorni regnava a quelle latitudini. Le prime nuvole iniziano ad incresparsi nel cielo, perché verso nord il meteo si sta guastando. È attesa una perturbazione con frontale freddo che oltre a farmi dimenticare in fretta il tepore eoliano, mi farà prendere un po’ di pioggia nei cammini che dovrò accompagnare nelle prossime settimane. Dove sono destinato, cadono già le foglie e si parla di funghi e castagne, ed io, mi lascio alle spalle granite alla mandorla e fichi d’India non ancora pienamente maturi. La “jancura” regna anche nella mia mente da almeno un paio di giorni. “Jancura” significa biancore, la specifica marinara delle isole eoliane e di tutta la costa tirrenica siciliana, che definisce il mare piatto che si (con)fonde con il cielo bianco celeste.

Nella mia testa regna anche in questi giorni la quiete, anche se quel treno delle 23 e 50 di stasera mi porterà nella mia terra, su quelle Isole per un po’ di tempo. Questa volta, non ci saranno i miei nonni ad attendermi singhiozzanti, coscienti già della mia partenza imminente anche se appena arrivato. Mario Tornello scrisse quella “lettera alla Sicilia buttana” che riassume tutto lo stato d’animo di un ragazzo isolano che viene strappato ad una terra come questa. Ve la riporto originale e con la traduzione sotto.

Littra a dda Sicilia buttana

Ora c’haiu l’occhi sicchi pi quantu l’anni haiu chianciutu e pi quantu fieli haiu masticatu, parrannu ‘i tia, ti scrivu ‘sta littra cu ddi picca paroli chi m’arristaru.

Tierra mia, unni ‘u suli è patruni e ghioca ch’i vecchi e chi picciriddi, unni ‘u pnmaroru è focu addumatu e i ciuri cantanu supra i mura, ti lassavu chiancennu ddu jornu ‘nfami e tu sai picchì.

Tu, matri mia, nunn’avievi chiù pani pi nuavutri sfurtunati e iu, comu cani vastuniatu, vinni ccà nnà ‘sta tierra fridda ca mi rapiu ‘i sò vrazza.

Ti pensu sempri, Sicilia buttana, e ti vasu ‘a notti, quannu cu l’occhi sbarrachiati ti viu ‘nto tettu.

I figghi criscinu e sientinu parrar’i tia, ti vonnu canùsciri pi curiusità, ma sù figghi ‘i città e tu l’ha capiri; nun ponnu trimari comu mia ‘o ricordu ru ciavuru ru girsuminu o ru pani cavuru c’a giuggiuliena.

Ju, sugnu ‘u figghiu pirdutu ‘nna ‘sta cità chin’e fumu e ‘nmienzu a ‘sti “Kartofen” biunni.

Ma i me ossa nun ci lassu ccà; c’è cu m’aspetta ‘o campusantu e dda ann’arritumari.

Lettera alla Sicilia puttana.

Ora che ho gli occhi secchi per le lacrime piante ed il fiele ingoiato, parlando di te, ti scrivo questa lettera con le poche parole che mi sono rimaste.

Terra mia, dove padrone è il sole che gioca con vecchi e bambini, dove fuoco acceso è il pomodoro ed i fiori cantano da sopra i muri, ti ho lasciato piangendo quel giorno infame, e tu sai perché.

Tu, madre mia, non avevi più pane per noi sfortunati ed io, come un cane bastonato, venni qui in questa terra fredda che mi apri le braccia.

Ti penso sempre, Sicilia puttana, e ti bacio la notte, quando con gli occhi spalancati ti vedo nel tetto.

I figli crescono e sentono parlare di te, ti vogliono conoscere per curiosità, ma sono figli di città e tu devi capirlo: non possono tremare come me ricordando l’odore del gelsomino, del pane caldo col sesamo.

lo, sono il figlio perduto in questa città piena di fumo ed in mezzo a queste “Kartofen” bionde.

Ma le mie ossa non le lascio qui; c’è chi m’aspetta al camposanto e lì devono ritornare.

Mario Tornello

Starò alle Eolie sette mesi. Le omonimie con il passato sono diverse, anche se invertite. Mentre i miei nonni piangevano perché sapevano che sarei dovuto ritornare nel mezzo dell’Appennino tosco emiliano, ora sorridono, anche se non più presenti, al pensiero del mio ristabilito legame. Se prima piangevo su quei traghetti da Messina per il “continente” ora sorrido al vento e abbraccio la mia terra. Quei pensieri fatti alla notte sognando l’Isola si sono trasformati in parole da raccontare ai turisti che accompagnerò fra un Isola e l’altra, alla ricerca di quei posti perduti che solo chi è figlio di questa terra riesce a leggere ed interpretare. “Che tu possa avere il vento in poppa, che il sole ti risplenda in viso e che il vento del destino ti porti in alto a danzare con le stelle.” Così terminava la frase di un celebre film degli anni ’90.

Chissà dove mi porterà il vento in questa nuova avventura: tra il fuoco acceso e vivo del nero Stromboli, la variopinta camaleontica Lipari, la verde e mamma Salina, le gemelle incontaminate e brillanti Alicudi e Filicudi, l’elegante snob Panarea con i mille scogli, e la gialla fumante e caldissima Vulcano. Sarà una storia senza una fine, perché la storia di queste Isole ha la forma perfetta dell’arcipelago stesso.

© Salvatore Di Stefano

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